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Luna_Parte Prima - Racconto di Concetta Foti - Fucina di scrittura Trovare una Voce

16-02-2022 01:09

La Lupa

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Luna_Parte Prima - Racconto di Concetta Foti - Fucina di scrittura Trovare una Voce

Il racconto "Luna" di Concetta Foti è l'esito del percorso "Raccontare una storia", un'iniziativa della Fucina "Trovare una Voce" a cura di Morgana Chittari..

Il racconto "Luna" di Concetta Foti, del quale qui potrai leggere la prima parte, è l'esito del percorso "Raccontare una storia": un'iniziativa della Fucina di lettura e scrittura "Trovare una Voce" a cura di Morgana Chittari.

 

***

 

Anche nel riflesso del vetro opaco della libreria liberty se ne scorgeva lo sguardo assorto. Si era messa a fare la cernita di vecchi libri e quaderni di scuola, l’odore della carta ingiallita la inebriava.

Il campanile della chiesa le ricordò che non aveva ancora preparato nulla per pranzo ma non si agitò: avrebbe improvvisato qualcosa.

Il pendolo sulla scrivania era in ritardo di un minuto: 12:29. Il suo rintocco si unì a quello delle campane e a una serie di colpi incalzanti che, dapprima lontani, si fecero sempre più vicini; le sembrò provenissero dal viottolo che dal sentiero di campagna giungeva all’ingresso dell’abitazione. Si sentì chiamare; raggiunse la finestra che dava sulla veranda, aprì le grandi persiane in legno e si affacciò.

«Sempre con quella palla tra i piedi!».

«Dai, mamma, prometto che starò attento, non succederà ancora!».

«Va bene, ma solo per mezz’ora, tra poco si mangia. E stai lontano dal quel muro!».

«No. Se la sento ancora la seguo».

«Chi? Cosa?».

Lorenzo sorrise e corse verso il giardino sul retro. Le avrebbe di nuovo rovinato le rose bianche con qualche pallonata, ne era certa. Elena sospirò, scosse la testa e ripose un pesante volume sullo scaffale. Non le piaceva che Lorenzo le chiedesse di giocare in giardino e non solo per timore che rovinasse i fiori; negli ultimi tempi il figlio la preoccupava: le raccontava di udire spesso qualcuno ridere oltre il muro in pietra, dietro le rose. La prima volta che aveva sentito quella risata - così disse - si era arrampicato sul muretto e aveva visto un’ombra correre tra gli alberi di limone e poi sparire. All’inizio Elena non aveva dato importanza a quel bizzarro racconto ma Lorenzo insisteva. Provò ad allontanare la preoccupazione. Quella sera, finalmente, avrebbe seguito la processione annuale dei santi patroni e avrebbe ammirato le luci, le candide vesti e la banda, e avrebbe ricordato ma non rivisto i due musicisti della sua infanzia spensierata.

La prima volta li aveva seguiti con lo sguardo dal balcone di casa dei cugini e si era abbandonata a una fragorosa risata di fronte ai loro passi impacciati, a quelle gote così rosse e così piene; la zia l’aveva rimbrottata per quella risata ma lei non se n’era curata; ogni anno aveva, quel loro buffo sfilare. Un ricordo felice.

 

Prese da una mensola tre vecchi quaderni e li adagiò sull’avorio della scrivania; si alzò un filo sottile di polvere che prese forma col riflesso dei raggi sulla superficie. Scostò la sedia: il cuscino verde scuro che ne foderava la seduta era scomodo ma cercò di adattare la postura; prese a sfogliare il primo quaderno in cima alla pila: matematica, terza media, sezione B. Quelle pagine avvizzite confermavano che non era mai stata una maga dei numeri e dell’ordine. Ripose il quaderno sul lato destro del mucchio e afferrò una copertina rossa: italiano. Se l'era sempre cavata con le lettere. Mentre sfogliava le pagine con un sorriso compiaciuto, un piccolo foglio scivolò via. La scrittura era incerta ma quelle parole:

 

VIENI ALLA MIA FESTA!

Luna

 

Era Lei. Ricordò quel compleanno al quale non avrebbe preso parte. «Mai! Nemmeno se mi preghi in ginocchio!», glielo aveva urlato ridendo ma non era bastato: Luna aveva continuato a fissarla in attesa di un sì che non sarebbe mai arrivato. Chiuse il quaderno con foga, la polvere sporcò l’orlo di pizzo bianco della gonna; provò a pulirlo con le mani ma peggiorò la situazione. Si alzò, accartocciò il foglio e lo scagliò sulla scrivania assieme al quaderno. Ricordò che era ora di pranzo. Fece per dirigersi verso l’arco in prossimità del corridoio che portava alla cucina ma ebbe un sussulto: tutti i quaderni erano caduti a terra. Raggiunse la scrivania, si chinò per raccoglierli e nell’istante in cui si rialzò per rimetterli al loro posto posto notò che il piccolo foglio stropicciato non c’era più. Le lancette del pendolo iniziarono a girare rapidamente e, dopo un rintocco, si fermarono: 13:10. 

 

Quella mattina si era svegliata all’alba, pensò che forse aveva bisogno di un altro caffè forte per arrivare alla fine della giornata. Raggiunse la cucina, preparò la caffettiera, accese il gas, estrasse dal frigo le lasagne della sera prima, le scaldò al microonde e apparecchiò la tavola. Quando il caffè fu pronto lo versò in una tazzina bianca decorata con piccole more nere e rosse: la sua preferita. Chiuse gli occhi e bevve in tre piccoli lentissimi sorsi. Quell’estasi fu interrotta: il manico le scivolò dalle mani e il piccolo recipiente cadde nel lavabo perlato, sbeccandolo; mentre raccoglieva i cocci maledicendosi per i modi maldestri, il suo sguardo si posò sul perimetro disegnato dalle maioliche verde acqua. Scagliò i cocci contro le maioliche: «Ecco a voi un po’ di vita e di eleganza!». Le aveva sempre odiate.

 

L’orologio bianco segnava le tredici e venti ma Lorenzo non arrivava. Raccolse i resti della ceramica, li buttò nella spazzatura e tornò in veranda; lo chiamò, lo vide dirigersi in fretta verso l’ingresso. Quando entrò in cucina era paonazzo: aveva cercato di seguire quell’ombra invano  – disse – ma era troppo veloce, così era inciampato sul canale di scolo dell’acqua e si era procurato qualche graffio alle mani e a un ginocchio. Elena gli intimò di farla finita con quelle sciocchezze e mise le lasagne in tavola. Dopo pranzo gli propose di guardare un film ma si addormentò prima della fine. Un rimbombo in lontananza la svegliò e le ricordò la processione. Cercò Lorenzo per ricordargli di prepararsi ma non lo trovò. Raggiunse la camera da letto e lì la vide. Era Lei.

 

Luna! – Il suo ricordo, una frustata  – Luna! – Occhi grandi e verdi, due smeraldi  – Luna! – Che voleva essere sua amica – Luna!  – Che viveva in un mondo inaccessibile  – Luna!  – Quel pallore sul viso  – Luna!  – La luce fra i capelli  – Luna! Il viso pieno, il viso buono  – Luna!  – L’emarginata che nessuno voleva intorno  – Luna, e quel suo sorriso idiota che non piaceva a nessuno.

Mai.

A nessuno.

 

Un fremito la percorse, chiuse le tende. Era tardi. Indossò il tubino nero in fretta. Il corpo snello vi si infilò con agilità ma non trovava le décolleté dorate che aveva preparato per l’occasione; percorse la stanza da un capo all’altra, una pantera in gabbia. Le trovò sotto il letto e le calzò, sospirando. Si specchiò davanti all’armadio, da un cassetto del comodino vicino al letto estrasse la scatola dei trucchi e scelse un filo di rossetto rosa perlato; afferrò la borsa che aveva lasciato sul letto, nera, elegante, in pendant con tutto il resto. Diede un ultimo sguardo al proprio riflesso, sistemò con la forcina una ciocca di riccioli neri crollata davanti agli occhi e chiuse la porta dietro sé. Lorenzo rientrò in quel momento e le disse che l’avrebbe raggiunta più tardi. 

 

Lungo il tragitto Elena si fermò davanti ai gelsomini al di là del muro scrostato di una vecchia casa: quell’essenza si mescolava alle zagare gialle che serpeggiavano lungo la strada. Un chilometro e più, poi finalmente abbracciare il mare. Lì dove Luna era svanita.

 

VIENI ALLA MIA FESTA!

Luna

 

Quel peso era sparito da solo una mattina di gennaio, il giorno del suo quattordicesimo compleanno. Via quei passi traballanti, via quelle insopportabili balbuzie, via quel sorriso intollerabile. Quanto tempo era passato? Eppure non riusciva a cancellare i sensi di colpa. Quel giorno stava andando a messa e l’aveva vista dal muretto: se ne stava lì, Luna, immobile, sul lungomare; si era alzato un vento forte, le onde erano alte e lei se ne stava lì, come sempre sola, su quella sabbia fredda, con le braccia aperte rivolte verso l’orizzonte, le gambe incrociate. Il vestito di lana col cappuccio a righe blu e bianche era gonfio d’aria. Rideva. La bocca spalancata, i grandi smeraldi abbagliati dal sole e dalla gioia, era pura luce. Elena aveva sceso i piccoli gradini che dal marciapiede conducevano alla spiaggia: 

«Luna! Cosa fai? Vieni via di lì!»

Luna non si era voltata, le raffiche ovattavano i suoni.

«Luna! Vieni via di lì, è pericoloso!»

Luna non aveva risposto. Spazientita, Elena era andata via.

 

VIENI ALLA MIA FESTA!

Luna

 

Nessuno aveva accettato il suo invito. Nessuno. La cercarono e la trovarono giorni dopo, Luna, persa nell'orizzonte, il sorriso luminoso, gli occhi come vetrini levigati. 

Per Elena quel ricordo fu una coltellata, i battiti accelerarono fino a squarciarle la gola. Un boato di colori le ricordò la messa, la processione: avrebbe fatto meglio a non attardarsi. Iniziò a correre, restò senza fiato ma arrivò in tempo. I tacchi le facevano male, si pentì di averli indossati. Il cellulare squillò: Lorenzo non l’avrebbe raggiunta, giocava l’Inter e non voleva perdersi la partita. Restò delusa ma scansò il pensiero. All’arrivo della processione fece il segno della croce con la mano sbagliata.

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